Smettere di rivivere per poter ricordare
Il Disturbo da stress post-traumatico (DSPT) è collocato nella più ampia categoria dei disturbi psicologici che seguono l’esposizione a uno o più eventi traumatici e stressanti (DSM 5, 2014).
La persona è stata coinvolta direttamente in un evento che ha minacciato l’incolumità fisica propria o altrui (per esempio, un’aggressione fisica, una violenza sessuale, un grave incidente automobilistico). Oppure l’evento è accaduto a un membro della famiglia, un amico stretto.
Può riguardare infine anche i soccorritori esposti ripetutamente ai dettagli crudi di uno scenario di emergenza o catastrofico.
I sintomi tipici sono molteplici e variabili, di diversa intensità e durata.
Quando il pericolo è cessato, la persona continua a rivivere l’esperienza traumatica non elaborata attraverso ricordi spiacevoli e disturbanti che emergono in maniera intrusiva, sogni angoscianti, sino alla reazione dissociativa di flashback (il soggetto sente e agisce come se l’evento si stesse ripresentando nel momento presente, perdendo, nei casi più gravi, il contatto con la realtà).
Si osservano comportamenti di evitamento di tutti quegli stimoli che possono in qualche modo suscitare il ricordo del trauma (luoghi, oggetti, persone, situazioni, sensazioni corporee, odori e rumori).
Vi è poi una marcata alterazione della reattività neurofisiologica (iperarousal) che si manifesta in scatti d’ira improvvisi in risposta a una provocazione anche minima, irritabilità e nervosismo, stato d’allarme persistente, problemi di concentrazione e insonnia.
Lo stato d’animo è negativo e possono essere presenti sentimenti di colpa o di vergogna, impotenza e vulnerabilità, legati all’accaduto.
La lotta costante per tenere a bada le emozioni dolorose generate dall’esperienza vissuta richiede però un enorme sforzo psichico e rischia di spegnere anche le emozioni positive.
E’ possibile che i soggetti colpiti abusino di alcol o psicofarmaci per tentare di lenire l’intensa sofferenza psicologica e l’elevata emotività.
Nelle forme croniche, le persone alternano momenti di scoppi di rabbia o crisi di angoscia (iperattivazione emotiva) a periodi di spegnimento emotivo, durante i quali sperimentano una sensazione di “ovattamento”, torpore e distacco dal mondo esterno (nell’ambito della psicotraumatologia, il fenomeno clinico è definito con il termine inglese numbing).
La diagnosi deve essere formulata da uno specialista della salute mentale (Psicologo o Psichiatra), poiché i sintomi devono essere inquadrati in una valutazione globale del funzionamento della personalità.
Si tratta di un disturbo altamente invalidante, che può compromettere in maniera significativa la qualità di vita, ma che può essere trattato efficacemente mediante un intervento terapeutico adeguato (la terapia EMDR è considerata un trattamento evidence-based, supportato dalla ricerca empirica, per il Disturbo da stress post-traumatico).
Spesso il sostegno amorevole dei familiari non è sufficiente a risolvere il disturbo, che ha ripercussioni negative anche nelle relazioni affettive e sociali.
Come sottolinea Bessel van der Kolk, uno tra i più autorevoli studiosi dello stress traumatico, “perché avvenga un reale cambiamento, il corpo ha bisogno di apprendere che il pericolo è passato e di vivere nella realtà presente” (Il corpo accusa il colpo, 2015).
L’obiettivo più importante del lavoro terapeutico è dunque liberare il corpo dalla tensione fisica accumulata, ripristinando la capacità di regolare l’emotività a un livello d’intensità tollerabile, affinché la persona che ha vissuto un’esperienza estremamente stressante o spaventosa possa ricordare e raccontare quanto è accaduto con tristezza, ma senza rivivere il passato traumatico ed essere travolta da emozioni soverchianti.


